«Un uomo che corre per la via, inciampa e cade: i passanti ridono». Con questa frase si apre il secondo paragrafo del saggio sul comico di Henri Bergson, testo fondamentale negli studi sul riso e sui suoi effetti sociali (Henri Bergson, Il riso, 1924, tradotto in italiano per Laterza, Hoepli e Feltrinelli). Il filosofo francese sostiene infatti che, al di là della normale schadenfreude, l’uomo che inciampa fa ridere perché incarna una rigidità, un’inadeguatezza, che la società prova a risolvere ridicolizzandola. Il riso diviene dunque gesto sociale, in quanto «rende flessibile tutto ciò che può restare di rigidità meccanica» sia fisicamente (nel caso dell’uomo che cade), sia moralmente. Da sempre, infatti, le commedie mettono in scena persone affette da “vizi” morali: L’Avaro, Il Geloso, Il Misantropo, Il Giocatore, eccetera.
Uff!… si apre, letteralmente, con un uomo che inciampa.
Al pubblico si presentano quattro personaggi buffi, sospesi tra teatro e pura clownerie, che proprio per le loro piccole rigidità riescono da subito ridicoli, per quanto sinceri.
Questa attitudine dello sguardo, inizialmente astratta, viene, gradualmente, concentrata su concetti sempre più concreti: gli spostamenti, i confini e il loro attraversamento, la delimitazione dello spazio, il litigio, fino all’arrivo sulla scena di un oggetto concreto, i soldi, al seguito dei quali le dinamiche di potere si fanno, sulla scena, sempre più sbilanciate, caotiche e, latu sensu, violente.
Con questo movimento, la compagnia Bottega del Teatro ci porta a ridere di quelle storture che sono alla radice di ogni discriminazione allo stesso modo in cui, all’inizio, ridevamo di una gag slapstick o di un personaggio che proprio non riesce a non chiudersi, ogni volta, le dita nella porta; evidenziando cioè la sostanziale e identica insensatezza dei due comportamenti, e rappresentando con sintomi fisici la malattia morale che è il razzismo.
Dalla platea non riusciamo a prendere davvero sul serio i quattro sulla scena, anche perché a turno si trovano nel ruolo di oppressi o in quello di oppressori, e quando il gioco (e i temi con lui) si fa più serio e realistico permane un’aura ridicola di cui è impossibile liberarsi: in questo modo, e con la grottesca catarsi rappresentata dal destino finale della carta moneta nello spettacolo, si invita a una riflessione su quanto siano ridicoli quei meccanismi che portano alcuni esseri umani a prevaricarne altri, e alcune persone a reputarsi migliori di altre.
Lungi dall’ammiccare a facili moralismi, Uff!… sfrutta al meglio le armi del comico, e ne rilancia la funzione politica e sociale, restando al tempo stesso divertente, astratto al punto giusto (quello che gli permette di essere letto a diversi livelli e da tutte le età, indipendentemente dalla familiarità con i concetti di razzismo e discriminazione) e universale (pochissima, e scarna, la parola, e nessuna particolare conoscenza richiesta alla comprensione della trama).
Il finale vuole regalare una lettura positiva e onesta, una possibilità di redenzione, presupponendo anche da parte del pubblico uno sforzo collettivo verso il miglioramento della società. Il primo passo per combattere qualcosa è non averne paura; il primo passo per non avere paura del razzismo è riderne.